Body Positivity. Che cos’è?

Negli ultimi anni è approdato in Italia un nuovo termine: Body Positivity. Tra un like e l’altro, #bodypositivity è diventato un hashtag di tendenza – tanto che moltissimi brand femminili ne hanno subito capito la potenza comunicativa! 

Peccato che la Body Positivity non sia nata né da Instagram né da nessun social. Questo movimento politico-sociale, infatti, nasce dalla Fat Acceptance negli anni ‘60, per la precisione nel 1967, anno in cui abbiamo assistito al primo evento fat-positive.

E quindi che cos’è la Fat Acceptance?

Anche questo è un movimento sociale-politico che lottava per includere le donne grasse all’interno dell’immaginario collettivo della donna emancipata degli anni ‘60. 

Le donne grasse, in quegli anni, erano associate ad un’immagine casalinga di donne servizievoli, impegnate solo nella cura dei figli, della casa e nella preparazione dei pasti per i mariti che rientravano da lavoro. 

In altre parole? Tutto ciò da cui le femministe della seconda ondata si volevano distaccare. 

New York – Central Park, prende luogo la prima manifestazione Fat Positive: il Fat In

Un gruppo di donne grasse, si ritrovano nel parco e manifestano insieme, felici nel mostrare il loro corpo grasso, mangiando gelato e bruciando i libri delle diete più famose. 

Andiamo ancora un po’ avanti nel tempo.

Siamo nel 1969, anno in cui nasce la NAFA (National Association for Fat-Acceptance): un’associazione che puntava a combattere lo stigma del peso, ma che metteva anche un forte accento sui bias medici ovvero tutta quella serie di pregiudizi che i dottori hanno nel momento della diagnosi di un paziente grasso. Purtroppo capitano – anche oggi – tantissime diagnosi sbagliate a causa del colpo d’occhio e dell’immediato ”Signor* lei deve dimagrire!”.

Facciamo un altro salto avanti. 1973, nasce il FAT UNDERGROUND, un movimento di Los Angeles, formato da attiviste nere, donne lesbiche e persone queer che scrissero il FAT-LIBERATION MANIFESTO: un evento importante che sottolinea quanto il movimento fosse politico e militante. 

Ma arriviamo al momento in cui nasce il termine e il concetto di Body Positivity. Siamo negli anni ‘90, il termine Body Positivity viene coniato da Elizabeth Scott e Connie Sobczak con lo scopo di dare vita a una sensibilizzazione sociale sul tema dei disturbi alimentari.

Da questo momento nasce il concetto di ”Ogni corpo è valido”. Vengono inclusi nel movimento anche i corpi considerati troppo magri.

Ma quando tutto questo è diventato uno strumento di marketing?

Esattamente nel 2004, quando la Dove si appropria, come brand, della Body Positivity e nasce la narrativa dell’ ”Amati con le tue imperfezioni”.

Da questo momento in poi nasce l’hashtag su Instagram, nascono milioni di post che di #bodypositive non raccontano nulla. 

Ragazze bionde, riconosciute belle dalla società, alte, magre, che fanno yoga, diventano le body positive influencer: è qui che si scatena una confusione comune che, ancora oggi, la Body Positivity NON mainstream si porta dietro come un grande effetto collaterale. 

Ci hanno imbottite di pubblicità che hanno aumentato le nostre insicurezze, hanno creato loro stessi delle insicurezze e dei nuovi difetti da dover combattere: cremine costosissime e guaine snellenti che ci tolgono il respiro e non ci permettono nemmeno di sederci senza sentire quel l’asfissia letale. 

Ci hanno cresciute con il motto ”se bella vuoi apparire un poco devi soffrire” e hanno incentrato tutto l’immaginario del corpo femminile sulla bellezza estetica. Quale bellezza? Quella che ci impongono loro. 

Se usciamo dai loro canoni di bellezza, ci costringono a rimediare, a rimetterci in gioco per essere gradevoli al loro sguardo. Ma loro chi? Gli uomini che governano il mondo, che stabiliscono le regole e che fanno girare l’economia sul business dei cosmetici anti-età, sulle barrette proteiche dimagranti, sull’abbigliamento modellante.

Perché se la donna è grassa va presa in giro nei film comici, è brutta e non potrà mai avere figli (come se quello di fare figli fosse il nostro unico scopo nella vita) ma se l’uomo è grasso, invece, può tranquillamente diventare un presentatore TV molto simpatico. Perchè se la donna che invecchia è da buttare, l’uomo che invecchia, invece, acquista un certo fascino. 

Qual è il problema della Body Positivity mainstream?

La Body Positivity mainstream basa tutta la sua narrativa sul self love, l’amore verso il proprio corpo e ci tiene a sottolineare che siamo tutti belli, che i canoni di bellezza vanno ampliati. 

Fondamentalmente la Body Positivity mainstream combatte, a colpi di post, per ottenere una bellezza universale:”Vogliamo essere tutti belli! Vogliamo che ci venga riconosciuta la nostra bellezza!”. 

Peccato che la bellezza universale non esista. Non siamo tutti belli, semplicemente perché il concetto di bellezza è così soggettivo che cambia da persona a persona. Non dobbiamo combattere per i complimenti, dobbiamo combattere per i diritti e, molto semplicemente, per ottenere quei diritti dobbiamo smantellare il concetto di bellezza come valore aggiunto di una persona.  Non deve più esistere “la bella presenza”, ma devono esistere le competenze. 

Ma perché la società preferisce un certo tipo di bellezza femminile (magra, alta, bianca, etero e possibilmente un po’ stupida)?

Le colpe a questo giro vanno spartite in parti uguali: un po’ se le prede il patriarcato e un po’ se le prendono la grassofobia, il razzismo e l’omofobia. Visto che quando si dice patriarcato, razzismo e omofobia sappiamo tutti di che cosa si sta parlando, mi voglio soffermare sul dare una definizione alla grassofobia.

La grassofobia è una grande lotta per la Body Positivity, proprio perché rappresenta l’odio che le persone esprimono verso le persone grasse. La grassofobia è dentro alla nostra cultura, ben ancorata e non la si vuole muovere da lì.
È la fobia di ingrassare, ma anche di mettere su due etti.
È il senso di schifo che si prova verso le persone grasse che porta poi al body shaming, in questo caso fat shaming.

Una dimostrazione lampante della grassofobia in Italia ce l’abbiamo avuta in quarantena. Tutte le persone erano chiuse in casa, non potevano uscire, le palestre erano chiuse e la gente si annoiava. Che cosa si fa quando ci si annoia in casa? O si mangia o si cucina. Ecco fatto: le persone hanno iniziato ad ingrassare, se ne sono rese conto, ed è iniziato un loop infinito di fat e diet talks, meme grassofobici e pianti disperati davanti allo specchio. 

Ad alimentare tutto questo ci si è messa pure la famiglia Ferragnez con una serie di post su Instagram in cui si erano photoshoppati su dei corpi grassi, “a fine quarantena saremo tutti grassi” ah ah ah che risate. 

Vuol dire che il mio corpo ti fa ridere? Perchè vedi un po’, io ero così anche prima della quarantena e ora mi sono stancata di essere derisa o di essere sempre la punch-line di una scarsa comicità, e per fortuna non sono la sola.

Avrete notato che io uso spesso la parola “grasso” non in modo dispregiativo, ma come userei la parola “magro”, perché la grassofobia ci ha insegnato anche questo: la parola “grasso” è un insulto attribuita a una persona. Si cercano milioni di giri di parole per dire la stessa cosa: un po’ robusta, in carne, morbida, tonda e chi più ne ha più ne metta. Per non parlare della classica frase “che bel viso che hai… ti consiglio questa dieta miracolosa!” 

Tutto questo è snervante, svilente.

La Body Positivity si batte per la parità del valore dei corpi nella società: troppo magri, troppo grassi, troppo bassi, troppo alti. 

Tutti i corpi a cui la società ha sempre negato la rappresentazione adesso rivendicano il riconoscimento della loro esistenza (e sono molto arrabbiati…). 

Come dice Giulia Blasi in “Manuale per ragazze rivoluzionarie” : 

“Il patriarcato prima ti spiega come devi essere – bella, curata, elegante,  silenziosa, eterosessuale, materna, simpatica, di classe,  accomodante, compiacente, seducente, convincente – poi vigila che tu aderisca al copione”

Ecco perché la Body Positivity è una questione femminista ed ecco perché insieme cambieremo le cose.

 

Dalila Bagnuli

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